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Palombella: vi racconto la mia Ilva e vi dico perché non deve chiudere

Il segretario generale della Uilm ha lavorato per 40 anni nello stabilimento di Taranto e oggi torna per risolvere la crisi

Palombella: vi racconto la mia Ilva e vi dico perché non deve chiudere Palombella: vi racconto la mia Ilva e vi dico perché non deve chiudere
Sit-in di Verdi e operai per la bonifica dell'Ilva di Taranto (Credits: Roberto Monaldo/LaPresse)
di Giuseppe Cordasco

UPDATE: Sabato 11 agosto il gip di Taranto Patrizia Todisco ha ordinato lo stop agli impianti dell'Ilva per disastro ambientale. "L'Ilva deve risanare senza prevedere alcuna facoltà d'uso degli impianti" c'è scritto nel provvedimento. Il presidente del gruppo industriale, Bruno Ferrante, ha dato mandato di impugnare il provvedimento. Ma l'acciaieria da sabato 11 deve fermarsi. Ecco la nostra intervista a Rocco Palombella, storico segretario generale della Uilm che all'Ilva ha costruito la sua carriera sindacale come operaio. Il suo punto di vista aiuta a capire la vicenda che sta colpendo l'industria e la popolazione di Taranto. E di tutta l'Italia.

Rocco Palombella, il segretario generale della Uilm, all’Ilva di Taranto è un leader indiscusso. È qui infatti che ha costruito nel tempo la sua carriera sindacale, iniziando a lavorare da operaio circa 40 anni fa e scalando mano a mano le gerarchie. Da due anni si è trasferito a Roma in qualità di responsabile dell’intera categoria metalmeccanica della Uil, ma il suo sindacato nell’Ilva di Taranto controlla ancora due terzi di tutti i delegati, una vera forza. Palombella dunque è la persona che meglio di chiunque altro conosce la storia e le problematiche dello stabilimento che rischia la chiusura definitiva, e nella mattinata di oggi, in un incontro con gli operai, ha dovuto raccogliere anche qualche pesante critica.

Segretario Palombella, che effetto le hanno fatto le voci di protesta contro di lei?
Quando arrivano dai lavoratori le contestazioni sono sempre tollerate perché sono per noi sindacalisti stimolo a fare sempre meglio. Nel caso specifico mi hanno rimproverato il fatto che dopo la mia partenza, nel giro di due anni, lo stabilimento rischia di chiudere. Si sono sentiti insomma un po’ abbandonati. In realtà però io da Roma ho sempre continuato a seguire le vicende dell’Ilva e oggi sono qui a Taranto per cercare di affrontare il problema.

Lei che ha lavorato una vita all’Ilva, ci può spiegare quando  sono iniziati i problemi legati alle ricadute ambientali dell’impianto?
La storia di queste acciaierie va divisa in due parti fondamentali. Il primo troncone di attività, che arriva fino al 1995, si è svolto con il controllo dello Stato. La mano pubblica ha agito con un misto di flebile attenzione alle problematiche ambientali e attraverso rapporti molto promiscui con le amministrazioni locali. In pratica si concedevano finanziamenti a pioggia un po’ a tutti gli enti territoriali a fronte dell’impatto ambientale che lo stabilimento procurava.

E poi c’era la questione del lavoro.
Senza dubbio parliamo di epoche in cui creare occupazione, specialmente al Sud, era una priorità assoluta, e quindi sulle questioni ambientali non si è certo andati troppo per il sottile.

Poi però sono arrivati gli imprenditori privati. Cosa è cambiato?
Con la privatizzazione dell’impianto, dal 1995 in poi, le leggi di tutela ambientale sono diventate sempre più rigide e siamo entrati in una fase in cui i controlli si sono fatti sempre più stringenti. Un dato su tutti: le emissioni di diossina ad esempio, nel giro di 4-5 anni sono passate da 800 parti per milione a 0,32 parti per milione. Un risultato che la dice lunga su come l’attenzione  alle fonti di inquinamento sia cresciuta tantissimo.

Eppure non è servito a fermare la magistratura che in queste ore ha imposto il blocco dell’attività?
A questo proposito, bisogna far notare innanzitutto che i danni alla salute che sono stati denunciati più e più volte, sono effetto soprattutto dell’inquinamento che c’è stato nei decenni passati. Detto ciò, non nego anche che la cosiddetta “ambientalizzazione” dello stabilimento continua ancora oggi. Attualmente si sta lavorando ad esempio per ridurre sempre più le polveri sottili. Ma tutto questo deve avvenire con lo stabilimento che continuerà a funzionare, altrimenti sarà la catastrofe.

In che senso?
Forse non tutti sanno che fermare e far ripartire degli altiforni, non è come spegnere e accendere un’automobile. Non basta girare una chiave. Se l’area a caldo dell’Ilva si blocca non ripartirà più e quindi saremo in una situazione drammatica.

Ma allora lei contesta la decisione presa dai magistrati?
Se il loro intervento doveva servire a sollecitare l’attenzione verso misure di sicurezza ambientali maggiori, allora è stato positivo. Ma se invece decideranno di applicare rigidamente quello che hanno annunciato, bloccando cioè gli altiforni, allora mi sembra una follia.

Cosa accadrà nei prossimi giorni?
Il presidente del Gruppo Riva ci ha fatto sapere che la loro opposizione al provvedimento di blocco verrà valutata dal Tribunale del riesame il prossimo 3 agosto. Dunque il destino dello stabilimento per il momento resta legato alle decisioni che verranno prese in quella data. Poi vedremo.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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