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Marina Berlusconi: "Io nell'inferno mediatico"

La nota ufficiale del Presidente di Mondadori sulle recenti vicende giudiziarie di Palermo

Marina Berlusconi: "Io nell'inferno mediatico" Marina Berlusconi: "Io nell'inferno mediatico"
Il Presidente di Mondadori, Marina Berlusconi (Credits: AP Photo/Alessandra Tarantino)

Tag:  Marina Berlusconi Palermo

di Redazione

Sulle vicende palermitane  che mi riguardano e che hanno trovato ampia eco sulla stampa avevo  deciso di mantenere quello che consideravo un doveroso e rispettoso  silenzio. Ma proprio il modo in cui la stampa si è occupata della mia  deposizione di ieri a Palermo mi spinge a non tacere più.

Vorrei  raccontare una storia che qualcuno chiamerà di giustizia ma che  rappresenta l'esatto contrario di quella che io ritengo dovrebbe essere  la giustizia. Niente di nuovo, per carità e purtroppo, ma può forse  essere utile apprenderla direttamente da chi l'ha vissuta sulla propria  pelle, per capire che questa degenerazione non è un problema di singoli,  pochi o tanti che siano, ma un problema di tutti, un problema che mina  le fondamenta del vivere civile. Ecco il risultato di vent'anni di  teoremi giudiziari: un veleno che intossica da troppo tempo l'intero  Paese.
La storia è questa. Il 9 luglio vengo convocata dalla  Procura di Palermo come "persona informata dei fatti". Peccato che i  presunti fatti su cui dovrei essere informata li apprendo solo, qualche  giorno dopo e con grande abbondanza di dettagli, dai giornali. Ma  parlare di "fatti" è totalmente fuori luogo: paginate e paginate di  falsità e insinuazioni per qualificare le quali è perfino difficile  trovare gli aggettivi giusti. Ma perché la Procura di Palermo è  interessata a sentire proprio me su questo cumulo di assurdità? Sempre  dai giornali apprendo che si parla di un conto cointestato mio e di mio  padre, da cui sarebbero partiti due dei bonifici indirizzati a Dell'Utri  e a suoi famigliari. Io però di questo conto non ricordo neppure l'esistenza. Faccio le verifiche, e in effetti emerge che è esistito  fino a sette anni fa, anche se non ne ho mai avuto la disponibilità e a  mia memoria non l'ho mai utilizzato.

Che cosa devo andare a dire  allora alla Procura di Palermo? Che di questo conto non ricordo  assolutamente nulla, dei bonifici alla famiglia Dell'Utri tantomeno? Che  peraltro non trovo nulla di strano nel fatto che mio padre senta,  direi, il dovere etico, oltre che il desiderio, di sostenere un prezioso collaboratore il quale, all'apice del successo professionale, è  improvvisamente sprofondato in un incubo che da quasi vent'anni lo  costringe a trascinarsi da un tribunale a una Procura, un incubo che gli  ha rovinato non solo la carriera ma anche la vita, un incubo che è  guarda caso comparso in contemporanea con la discesa in campo di mio  padre? E' la pura verità. Ma per dire questo è necessario che io debba  andare a Palermo, per sentirmi chiedere informazioni che senza alcuna  fatica e con molto minor dispendio di energie avrebbe potuto domandarmi  un incaricato della Guardia di Finanza di Milano? E' necessario che  venga interrogata da un gruppo di pm antimafia, e soprattutto che debba  espormi a quell'efficientissima gogna mediatica che non riposa mai?  Comunque vado non appena possibile, addirittura in anticipo. Contesto,  su indicazione dei miei legali, la possibilità di essere ascoltata, per  svariate e rilevanti ragioni. Successivamente rispondo a tutte le  domande (una ventina di minuti complessivamente), riparto senza dire  nulla - rispettosa del segreto di indagine - alla stampa che qualcuno mi  ha fatto trovare schierata in forze all'uscita.

Risultato? Nel  giro di poche ore mi vedo precipitata nell’inferno mediatico. Nei tg  della sera la mia foto si mescola con quelle dei boss e di orribili stragi, tutto tenuto insieme da una parola che mi mette i brividi solo a  pronunciarla: mafia. Peggio avviene con i giornali di stamane. Ben  forniti dai soliti noti "ambienti giudiziari" di mezze verità e bugie  intere, mi descrivono come una teste evasiva o che aveva l'unica  preoccupazione di evitarsi problemi. Naturalmente, basta leggere il  verbale della mia deposizione (a quando le fotocopie da parte degli  “ambienti giudiziari”?) per rendersi conto che non è vera nè l’una né  l’altra cosa. Ma intanto il marchio è impresso, la trappola infernale è  scattata: ovviamente non puoi dire di sapere cose che non sai, ma se  dici di non saperle ecco che diventi sulla stampa una teste “vaga”, con  tutti i peggiori sottintesi possibili. Eccola qui l’alternativa folle,  assurda, inaccettabile: o menti, raccontando quello che da te si  vorrebbe sentire anche se non è vero, o dici la verità e allora cominciano a circondarti il sospetto e le insinuazioni. E ricordiamoci  che stiamo parlando di quanto c’è di più terribile, la mafia. E’  evidente che anche questa storia, come tutte quelle che ci scagliano  addosso da vent’anni, finirà nel nulla. Con l'unico risultato possibile:  nessun collegamento con le cosche, assoluta correttezza e trasparenza.

Ma non è questo che interessa. L'unico processo che interessa è quello  che viene fatto ogni giorno sulla stampa, convocando testimoni buoni a ingolosire i telegiornali della sera, trasformando pentiti veri e falsi  in icone, facendo filtrare quello che fa comodo, e poco conta se è  totalmente falso. Un processo dal quale è impossibile difendersi, perché  neppure la verità più conclamata in un’aula può eliminare completamente  il fango che ti hanno tirato addosso. Che cosa ha a che vedere tutto  questo con la giustizia? A che cosa servono le regole e le norme  approntate proprio per evitare soprusi se, anche quando vengono  formalmente rispettate, basta di fatto un articolo di giornale ad  aggirarle e vanificarle? E questa mostruosa macchina è compatibile con  il funzionamento della democrazia? Tutto ciò che è accaduto e sta  accadendo dovrebbe trovare opportune valutazioni nelle sedi competenti.  Ah, un’ultima precisazione: naturalmente io non ero e non sono accusata  di nulla, i pm di Palermo mi hanno convocato come "persona offesa", come  presunta vittima. Insomma, per "tutelarmi". Si è visto come.

MARINA BERLUSCONI

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