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Il lavoro ti stressa? Ecco cosa dovrebbe fare la tua azienda al ritorno dalle ferie

I lavoratori sembrano tutti felici, oppure gli strumenti che dovrebbero misurare il loro disagio non funzionano

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Tag:  lavoro panorama in edicola stress

di Chiara Palmerini

Che fine ha fatto lo stressometro? Poco più di un anno fa entrava in vigore la legge sullo stress sul lavoro. La normativa, applicazione di regole europee, impone da gennaio 2011 ai datori di lavoro, grandi e piccoli, pubblici e privati, di occuparsi dello stress dei dipendenti: di misurarlo e poi alleviarlo, se risulta che i livelli di guardia siano stati superati. Nel frattempo la crisi economica e l’ansia sulla riforma dell’articolo 18 hanno stravolto lo scenario in modo imprevedibile.

Il lavoro stressa per i motivi di sempre e per ragioni nuove. «La perdita prolungata del lavoro è peggiore del peggior lavoro che siamo riusciti a inventare» conferma caustico Nicola Magnavita, professore di medicina del lavoro all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Secondo l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, il problema riguarda in Italia circa un lavoratore su quattro (la media europea è uno su cinque, con gli inglesi tra i più soddisfatti e i greci in testa alla classifica del disagio).

Un problema che, fra giornate di lavoro perse e spese sanitarie, costa 20 miliardi di euro l’anno in Europa. Ed è destinato a peggiorare. Secondo la stessa agenzia, otto lavoratori europei su 10 ritengono che lo stress da lavoro aumenterà nei prossimi cinque anni. Eppure, i valori rilevati dagli stressometri aziendali parrebbero indicare calma piatta. Dati ufficiali non ce ne sono, ma a quanto risulta a chi ha lavorato in concreto per applicare la nuova legge lo stress lavorativo non sembrerebbe un problema.

«Non ho ancora visto un documento in cui in un’azienda si è riscontrato un livello di stress preoccupante» dice Magnavita. E altri esperti confermano. «La maggior parte delle aziende ha interpretato la legge come l’ennesima scocciatura. Gli uffici che gestiscono il rischio ci hanno chiesto come adempiere in modo rapido e indolore senza cambiare veramente niente, mentre le direzioni del personale a volte non sanno neppure se e come la valutazione dello stress è stata fatta» osserva Laurence Duretz, direttore per l’Italia della Psya, società di consulenza specializzata nella gestione dei rischi psicosociali.

Delle due l’una: o i lavoratori sono tutti felici o gli strumenti che dovrebbero misurarne il disagio non funzionano. «Oggi lo stress è la regola più che l’eccezione» avverte Daniela Lucini, professore associato all’Università di Milano, specialista in psicologia clinica. La crisi economica, poi, ha costretto a grandi cambiamenti nel giro di poco: il posto di lavoro non è più sicuro, le mansioni cambiano di continuo, c’è da imparare, muoversi, reinventarsi. «Magari, in una multinazionale, la segretaria di mezza età che ha sempre lavorato tra scrivania e telefono deve collegarsi con un centro di calcolo in India per riuscire a sapere quante ferie le spettano. O, anche se il posto non è in discussione, come nel pubblico impiego, c’è confusione: non si capiscono bene i ruoli, chi fa cosa. Si sente ripetere che vanno tagliati i costi e si è aggiunta la paura di perdere il lavoro» continua Lucini.

Il lavoro stressa sia chi ce l’ha sia chi non ce l’ha. Gli studiosi si interrogano da tempo su che cosa sia più pesante da sopportare, per l’impiegato come per l’operaio. Le risposte non sorprendono: la scarsa possibilità di controllo su quello che si fa, lo squilibrio tra quanto è richiesto e come si viene ricompensati (economicamente o anche solo psicologicamente), la monotonia, la mancanza di comunicazione e di chiarezza sul proprio ruolo e le proprie mansioni, i conflitti con i colleghi o con il capo.

Un autorevole psichiatra tedesco, Michael Linden, ha proposto di classificare come malattia dell’amarezza cronica, «chronic embitterment disorder», lo scoramento che colpisce i lavoratori delusi, impegnati a rimuginare sull’idea che il superiore si sia comportato scorrettamente, divisi tra sentimenti di vendetta e di impotenza. Del resto, nota con ironia Linden, «è più facile separarsi dal marito o dalla moglie che da un collega».

E proprio in Germania sono sorte cliniche per la riabilitazione, finanziate dall’equivalente tedesco dell’Inps, per curare lavoratori con malattie croniche che potrebbero portarli a pensionamento anticipato. Fra queste c’è lo stress lavorativo. I pazienti sono trattati anche con la «well being therapy», psicoterapia breve sviluppata in Italia da Giovanni Fava, docente all’Università di Bologna. Il suo gruppo ha introdotto una misurazione clinica del concetto di carico allostatico, gli effetti cumulativi sul corpo delle esperienze stressanti della vita.

«Ognuno può tollerare un certo livello di carico, in base a caratteristiche personali, momenti di recupero ed esperienze positive dopo quelle negative» spiega Fava. «Dopo i 40 anni questa capacità di recupero cala. Magari manca sul lavoro qualunque forma di gratificazione e le persone finiscono per stare male nel fine settimana o durante le vacanze, non più sufficienti a recuperare». A forza di sopportare, prima o poi siscoppia. «C’è chi ha il batticuore, chi insonnia, difficoltà a digerire, mal di testa. Oppure chi mangia troppo o troppo poco, fuma, litiga in casa. Molti arrivano da noi dopo che il cardiologo o il gastroenterologo non hanno trovato cause precise del malessere» informa Lucini, che vede i lavoratori-pazienti in un ambulatorio dedicato alle sindromi da stress all’ospedale Humanitas di Milano.

Guardando il problema alla rovescia: come dovrebbe essere un lavoro per rendere felici? Tores Theorell, professore emerito di medicina psicosociale all’Istituto Karolinska di Stoccolma, dà la ricetta: «Ci vogliono una quantità ragionevole di sfide. Poi periodi di recupero. Tempo per pianificare. Possibilità di partecipare alle decisioni e sviluppare nuove competenze. Coesione tra lavoratori, supporto da capi e colleghi. Premi in caso di impegni coronati da successo». Magari su qualche pianeta nel vasto universo esisterà un posto dove si può lavorare così....Alcuni esperti parlano anche di «giustizia organizzativa» o di rispetto del «contratto di lavoro psicologico», ciò che non è scritto sulla carta, ma risiede nelle aspettative del lavoratore: promesse mantenute, impegno ripagato. Dove mancano, le cose vanno male.

Quel che forse sorprende di più è che, dati alla mano, gli sforzi del datore di lavoro di trattare i dipendenti equamente produce benefici sulla salute e fa diminuire i giorni di malattia. Come mostra uno studio su oltre 25 mila addetti al settore pubblico in Finlandia, un’organizzazione manageriale giusta tampona gli effetti negativi di un grave trauma che capita fuori dall’ambiente di lavoro, un divorzio come un lutto.

Resta il dubbio su cosa la nuova legge potrà fare per avvicinare i lavoratori alle condizioni ideali. «Le aziende hanno innanzitutto l’obbligo di misurare lo stress tramite indicatori: assenze per malattia, infortuni, lamentele, cause giudiziarie, e poi il contesto lavorativo, l’autonomia dei lavoratori, la chiarezza delle comunicazioni e dei ruoli gerarchici, la flessibilità dell’orario, la presenza di turni» elenca Sergio Iavicoli, direttore del dipartimento di medicina del lavoro dell’Inail. Dove emergono problemi, la legge impone di approfondire. Il datore di lavoro dovrebbe procedere con questionari o interviste. Se il rischio è confermato, provvedere. Come, non è chiaro.

Le intenzioni insomma sembrano buone, ma pare appunto che i problemi non emergano mai. E, se lo stress non c’è, non è neppure necessario che il datore di lavoro vada a chiedere al ragionier Fantozzi se può fare qualcosa per aiutarlo. «Ci sono due modi per interpretare questa legge da parte di un’azienda: cerco su Internet dei questionari, compilo i moduli, li allego a una relazione e ho finito» conferma Lucini.

Scartoffie da riempire ma nessun vero cambiamento per chi lavora. «Oppure comincio a ragionare seriamente sullo stress, ma anche sulla salute globale dei lavoratori, visto che con la riforma delle pensioni dovranno rimanere al lavoro fino a 65-66 anni. Alcune aziende sensibili ci sono».

Non è molto ottimista, invece, Magnavita: «La legge è il punto finale di un processo partito male. Siamo l’unico paese in cui si sanziona penalmente chi non cura la valutazione dei rischi. Poi, se questa è fatta solo su carta, non importa. Nel resto d’Europa non sono previste sanzioni penali, ma le aziende sanno che conviene anche a loro fare stare bene il lavoratore». Cosa si può fare di diverso? «Incentivare le aziende, dire: quello che spendi per il benessere dei lavoratori puoi dedurlo dalle tasse. E, per valutare lo stress, invece di cercare presunti indicatori oggettivi chiedere ai diretti interessati».

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