Quand’è che fallisce una classe dirigente? Intercettare il vento della protesta è facile, difficile è dare un senso a quel che si fa, farsi capire bene, porsi e ottenere dei risultati. Vladimiro Zagrebelsky e tutta la compagnia di editorialisti di Repubblica, gran giuristi e accreditati ex di qualcosa, storici e filosofi molto ben insediati dal mondo delle patrie lettere, dall’anglo becero Paul Ginsborg alla sanraffaellina piagnona Roberta De Monticelli, hanno deciso di celebrare la loro sconfitta in un Palasharp numero due, il 7 di ottobre a Milano. L’altra volta, con l’adunata del Palasharp numero uno, avevano inneggiato alle letture serali di Kant, con Umberto Eco e altri gran saccenti, e avevano trascinato sul palco il figliolo ultraminorenne di un avvocato del loro padrone, Carlo De Benedetti, per sparlare a vanvera di Silvio Berlusconi sulla scorta di un neopuritanesimo pruriginoso, figlio della pornogiustizia, della pornopolitica e del pornogiornalismo, un’assemblea di guardoni democratici.
Fecero una figura imbarazzante. Bastò convocare a mani nude una controassemblea in un teatro milanese, in mutande ma liberi (quello era lo slogan), per mostrare tutta la loro nudità morale di piccoli talebani all’italiana.
Stavolta ci riprovano in una versione politicamente grottesca, senza più un solo riferimento certo, in forma sempre più provocatoria, isolati e fonte di disagio perfino per il loro grande mandatario e alleato di ieri. La stessa compagnia di giro, che poi è il club dei miliardari di Libertà & giustizia, un nome che è una parodia banale dell’azionismo, una specie di pseudodostoevskiano «Castigo e delitto» o di tolstoiana «Pace e guerra» in cui si invertono i termini del titolo e si pensa di avere risolto il problema dell’identità, è scesa in palasport con un manifesto penoso, pubblicato a firma del grande costituzionalista fazioso sul Fatto quotidiano, il divertente e pretenzioso Vernacoliere della politica italiana. La Repubblica non si è fidata di dare il la, come la volta scorsa, a una adunata refrattaria di moralisti impolitici e insinceri, che vogliono obbligare il capo dello Stato a un golpe democratico di basso conio savonaroliano contro il Parlamento, da sciogliere secondo loro a viva forza, malgrado esprima una maggioranza di governo confermata da decine di voti di fiducia.
Il giornale di Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro cercherà di recuperare, perché la gaffe è troppo grossa, e darà una mano e una copertura complice alla sfortunata assemblea. Ma ha tenuto le distanze, ha lasciato che la brutta figura la facessero in proprio fin dall’inizio negando il patrocinio assoluto ed esclusivo. Il professor Alberto Asor Rosa aveva chiesto un colpo di stato, con i carabinieri e tutto, addirittura sul Manifesto, una cosa più chiara, altrettanto pazza, e anch’essa destinata a sicuro fallimento (e opportuno). Ma questi elegantoni della spiata e dell’intercettazione, che sono la zavorra urlante della sinistra priva di alternative politiche serie, e di governo, sono più obliqui del prof: il direttore di Repubblica, Mauro, gli ha imposto di ridimensionare la loro richiesta ricattatoria, di assumere le vesti di un consesso civile (che illuso).
Questi coraggiosi lo hanno subito fatto, a denti stretti, degradando la manifestazione al titolo da piccolo punto: «Ricucire l’Italia». Così è venuto alla luce che con questi mezzi di sartoria, ago e filo e molti bottoni attaccati a una folla entusiasta e annoiata insieme, non si va lontano. Si è classe dirigente quando si faccia politica responsabilmente, meglio il diffamato Scilipoti dei belli e famosi del Palasharp numero due. Appaiono rancorosi, velleitari attaccabottoni, inestricabilmente legati a un progetto elitario e potenzialmente anticostituzionale, gente che non sopporta la democrazia e non sa aspettare pazientemente il giudizio del popolo. Predicano l’apocalisse nel vuoto per semplice peccato di gola. Una bella classe dirigente.
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