l Gran Pignolo del Quirinale si comporterà scrupolosamente, cioè bene. Ne sono ormai certo, il margine di errore personale di giudizio è quasi pari a zero. Giorgio Napolitano ha raggiunto un assetto di vita, e un’età, in cui non si rinnegano per alcun motivo caratteristiche coltivate con solerzia, con puntiglio e con qualche protettiva pedanteria per decenni. Alle quali si sposa un rispetto fin troppo meticoloso delle logiche politiche dentro la loro cornice istituzionale.
Sarebbe giustificato da alcuni elementi, ma terribilmente sciocco, sospettare di lui, mettendolo a viva forza su una scia che non è la sua, quella del cattolico bigotto e reazionario Oscar Luigi Scalfaro e della sua presidenza arcigna, prepotente, politicamente levatrice del peggio della nostra storia italiana recente, il ribaltone manovriero forzato e accudito contro le scelte del popolo elettore. Gli elementi che possono suscitare diffidenza in alcuni sono più di cultura politica che di battesimo parlamentare. È vero che Napolitano è stato eletto nel 2006 con una maggioranza piuttosto risicata, in un contesto confuso e conflittuale. Ma se ne è scordato subito, non ha mai agito come un presidente debitore di una maggioranza che peraltro non esiste più e condusse a una fine anticipata della scorsa legislatura dopo un breve e infelice periodo di prova con il secondo governo Prodi, quello dell’Unione frontista.
Potrebbe piuttosto contare la sua formazione culturale. È un europeista convinto, ma c’è arrivato in ritardo sui normali tempi degasperiani, perché all’epoca della fondazione era comunista e, per quanto di tendenza vagamente liberale e riformista, stile Giorgio Amendola, era pur sempre nemico di un processo di unificazione politica fondato sulla ricerca di un mercato unico. Chi arriva tardi tende a essere zelante nella coltivazione del nuovo approdo ideale e programmatico. Napolitano abitava a Roma in zona Banca d’Italia e Quirinale, in una modesta ed elegante abitazione privata piena di libri e di annate dell’Economist, è stato sempre amico di giuristi ed economisti che fanno parte del circuito oggi propenso, a quanto si dice, a soluzioni tecnocratiche, e comunque diffidente delle legittimazioni per dir così «populiste». Ma ha sempre mantenuto, a suo modo e con un gradualismo talvolta esasperante, un rispetto per l’autonomia dei processi e dei fatti politici.
Potrebbe tentare in una crisi di governo di cercare soluzioni credibili sui mercati, prima che sotto il profilo di una robusta maggioranza parlamentare o legate alla convocazione di nuove elezioni sotto la neve, ma lo farebbe con tatto, con discrezione, con estrema attenzione a non esasperare i soggetti politici elettivi, a non
creare una discontinuità forzata, ingombrante, difficilmente giustificabile se non con un’interpretazione giuridicista della Costituzione e della prassi costituzionale.
Il presidente si è fatto un sacco di nemici e dei più subdoli aiutando il governo Berlusconi e la sua maggioranza entro i limiti del lecito, del realistico, non risparmiando sul braccio di ferro quando lo ha giudicato necessario,
spingendo per soluzioni le meno divisive, dissuadendo dal portare alle estreme conseguenze il clima di guerra civile e istituzionale che ha pervaso il teatro politico italiano in questi ultimi anni, ma sempre tenendo d’occhio anche le opposizioni, rimproverando loro lentezza nel preparare l’alternativa e facendo i conti con i punti di forza come con i sintomi di debolezza dell’equilibrio politico italiano. Non c’è ragione di credere che cambi stile, e che si metta a fare e disfare senza rispetto per l’arte del possibile. Se le elezioni verranno chieste in modo convincente, le darà.
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