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Giorgio  Mulè

Mulè: Tutti i bluff vengono al pettine

Dovremo ricordarci dei proclami di questi giorni: già oggi sono smentiti dai fatti, figuriamoci domani.

Tutti i bluff vengono al pettine

Poi un giorno dovremo forse guardare alle nostre spalle, riavvolgere il nastro e riascoltare le parole dette e scritte per capire fino in fondo il Grande Inganno. Soprattutto le parole di quegli «esperti» che, per mesi e mesi, ci hanno raccontato con la sicumera degli arroganti un mucchio di frottole sul motivo che sta alla base della differenza di rendimento tra i nostri titoli e quelli tedeschi (il famigerato spread). Fate mente locale e mettete a fuoco professoroni e professorini che si rimpallavano il valore dell’addio di Silvio Berlusconi sul mercato dei Btp. Il problema, a sentire loro, era tutto lì: anche il semplice annuncio delle dimissioni avrebbe dato respiro ai titoli. Un respiro di sollievo che subito dopo, al momento delle effettive dimissioni, si sarebbe trasformato, con lo stesso slancio di un gol ai Mondiali, in uno sfavillante successo con ribassi di 100, forse 200, addirittura 250 punti di spread. Bum e ancora bum. Martedì 15 novembre, settimo giorno dell’Italia liberata dal tiranno, il mostro si era avvicinato ai 540 punti. Vorrei sommessamente ricordare che l’8 novembre, all’annuncio di dimissioni di Berlusconi, non arrivava a 500.

Da tempo, noi somarelli ripetiamo che il problema è altrove. È – come ribadiamo in questo numero sulla scorta di dati incontrovertibili – soprattutto nell’incrocio di diverse incapacità. In cima alla piramide della paura c’è la mancata difesa dell’euro da parte della Bce e, subito dopo, la mancanza di governo politico dell’Europa. Abbiamo aggiunto – e lo confermiamo ora a gran voce – che nessun paese dell’Ue poteva dirsi immune dal contagio e che smaltita la sbornia dell’attacco all’Italia sarebbe arrivata l’ora (l’heure est arrivée, monsieur Sarkozy) della Francia e a seguire della Germania con il fantasma della fine dell’euro all’orizzonte. Lo scenario, ahinoi, prende sempre più forma.

Il professor Mario Monti si accomoda a Palazzo Chigi con questa enorme montagna da scalare. La parola chiave che ha traghettato il Professore alla guida del governo, con il ruolo momentaneo di supplente di democrazia, è emergenza. Come sappiamo bene, nel nome dell’emergenza si allargano i cordoni della delega e le regole si fanno sempre meno intransigenti. Se la casa brucia, si può quindi soprassedere sul fatto che, per la nomina dei ministri, non vengano rispettate le quote rosa; e si può perfino fare finta di credere che uno tra i più abili trasformisti del XX secolo, cioè il professor Giuliano Amato, sia un tecnico e non un politico  eccellente, soprattutto nell’arte povera del riposizionamento. Ma, per quanto irridente, non è questo il punto. O, meglio, non è questo il punto centrale.

Come sbroglierà, piuttosto, la matassa delle riforme il Professore-supplente? Come le farà digerire al Pd che per bocca di Pier Luigi Bersani elenca le «urgenti riforme», poi parla e straparla di riforma elettorale, sollecita la riduzione del numero dei parlamentari, ma accuratamente sorvola su questioni centrali come lavoro e pensioni? Al netto degli slogan iniziano i guai quando si va sulle proposte concrete. La subalternità alla Cgil e la sindrome dell’immobilismo di cui è prigioniero il Pd sono venute alla luce, solare, quando è balenata la possibilità che un riformatore coraggioso come Pietro Ichino venisse nominato ministro. Apriti cielo: «La nomina di Ichino a ministro sarebbe una vera e propria provocazione» ha minacciato solennemente Matteo Orfini, autorevole membro della segreteria Bersani. Ed è così venuto fuori il peccato originale di una sinistra che, rimosso il tiranno, si affloscia e si aggroviglia nelle sue stesse contraddizioni.

Per questo bisogna già mettere nel conto il passo successivo di Monti. Il «piano di riserva» prevede che, se dovesse scontrarsi con l’impossibilità di avere fino in fondo le mani libere, sarà lui stesso, il Professore supplente, a invocare il ricorso alle urne per ottenere un’investitura popolare. E sarà lui stesso, il Tecnocrate voluto da Bruxelles, a mettersi alla testa di un partito. Che, ovviamente, non potrà che essere il partito dell’emergenza.

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