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Giorgio  Mulè

Mulè: Ma i cattolici giudicano sui valori, non sui peccati

Va di moda parlare in modo indiretto e spesso obliquo. Si dice «superamento» per ingentilire la fine del berlusconismo, «discontinuità» per intendere che il medesimo Cavaliere debba farsi da parte, «transizione» affinché con alchimie politiche si raggiunga (guarda un po’) lo stesso risultato. Miserie della politica, appunto.

Sfiniti dagli inutili e titanici tentativi di dare la spallata finale con ogni mezzo, i campioni dell’antiberlusconismo pretendono adesso di lanciare un nuovo assalto con il ricorso al sacro velo dei valori cattolici. Questi valori sono però legati in maniera indissolubile ai principi cristiani. Non è casuale che, nei commenti successivi al forum di Todi aperto agli esponenti del mondo cattolico impegnati nella società, non ci sia traccia della parola «cristiano». Non l’ho trovata nel lungo editoriale di Avvenire (quotidiano della Conferenza episcopale) che sintetizzava l’incontro come «un’occasione per dimostrare, in un tempo segnato da potenti processi di disgregazione e incalzato dalla sfiducia, che forze buone e capaci di aggregare persone e suscitare fiducia sono disposte a unirsi, a valorizzare visioni e parole comuni, a dare ritmo a un processo di rinnovamento nella presenza pubblica dei cattolici».

Ecco qui un’altra parolina magica da aggiungere all’elenco iniziale: «rinnovamento». Ed è su questo concetto che, gira e rigira, si ritorna. Il «rinnovamento» è da applicare però alle azioni terrene ed è quindi giusto smascherare gli artifizi e andare subito al cuore del problema. Senza scorciatoie o, peggio, senza imboccare gli infiniti sentieri della parola. Già nel suo recente libro Gesù di Nazareth, Benedetto XVI ci dice con estrema chiarezza un fatto: «Con il suo annuncio Gesù ha realizzato un distacco della dimensione religiosa da quella politica». Il che, ovviamente, non vuol dire che i cristiani debbano essere distaccati e subire le scelte della politica. Al contrario. I cristiani devono sollecitare la politica affinché governi secondo alcuni principi della dottrina. Ci viene in soccorso, per sgombrare il campo dalle ipocrisie, il cardinale Angelo Bagnasco. Il quale, correttamente, ai partecipanti del forum di Todi indica alcuni «valori primi» ai quali ci si deve ancorare nella scelta della buona politica. Eccoli: «L’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino». Aggiunge Bagnasco: «Proprio perché sono “sorgenti” dell’uomo, questi principi sono chiamati “non negoziabili”».

A chi subisce il fascino e l’ansia da «rinnovamento» domando: quali di questi principi «non negoziabili» sono stati traditi da chi attualmente governa? Quali politiche contrarie – detto in altri termini – sono rintracciabili sulla salvaguardia della vita, dal concepimento alla morte, sulla famiglia, sul matrimonio, sulla libertà religiosa ed educativa? Quelli che amano interpretare in maniera sin troppo elastica la cultura dei valori o, se preferite, gli ipocriti e i finti «immacolati» ribattono che i comportamenti privati di Silvio Berlusconi si pongono a volte in contrasto con questi principi, che la sua condotta ne rappresenta la negazione. Ma gli eventuali «peccati» di Berlusconi sono un fatto intimo e privato e non hanno in alcun modo connessione con la politica di governo, dove invece è concreta l’applicazione dei principi «non negoziabili» elencati da Bagnasco.

C’è un esercizio semplice da suggerire a chi si affaccia alla ribalta del «rinnovamento» per rappresentare i cattolici. È quello di rispondere con coraggio, senza sotterfugi e senza farisaiche doppiezze di linguaggio, alla questione posta dal cardinale. Possibilmente secondo la sollecitazione che Gesù ci fa attraverso il Vangelo di Matteo: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno».

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