Si è detto e ripetuto fino alla noia che il governo guidato da Silvio Berlusconi è stato, di fatto, commissariato dall’Unione Europea sotto le mentite spoglie di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Berlusconi ha invece ribadito che, proprio grazie all’impulso europeo, ha finalmente potuto mettere in cantiere una serie di riforme da lui fortemente auspicate e che altrimenti non avrebbero mai visto la luce a causa dei troppi veti provenienti dalla sua stessa maggioranza. La crisi è stata così una straordinaria occasione, per il presidente del Consiglio, di recuperare lo spirito riformista e travasarlo nella lettera inviata a Bruxelles il 26 ottobre. Non è una dichiarazione d’intenti, ma un documento ufficiale – è bene ricordarlo – in cui vengono elencati i provvedimenti (e tra questi spiccano i capitoli su crescita e liberalizzazioni, lavoro, pensioni, contenimento della spesa e risanamento del debito pubblico) con le scadenze puntualmente previste per la loro approvazione. Sulla base di questi impegni, definiti in ogni particolare sia strutturale che temporale, l’Europa ha dato credito all’Italia. E oggi, nel pieno della tempesta che riguarda il futuro prossimo del governo, con l’annuncio di dimissioni del premier, nessuno può disconoscere il contenuto di quella lettera e di tutto ciò che quella lettera comporta. Quando scrivo nessuno, è ovvio, penso soprattutto all’opposizione. Invece, proprio dalle parti del Partito democratico emergono i distinguo e le precisazioni; ed è sin troppo strano che dubbi e puntualizzazioni prendano particolarmente piede nel momento in cui si balena, per le truppe sparse dell’antiberlusconismo, la possibilità di una responsabilità di governo. Viene così drammaticamente allo scoperto il gioco di finzioni e ipocrisie che hanno accompagnato l’ultimo miglio della vita politica italiana.
Le opposizioni hanno cavalcato e applaudito le richieste della Ue, con l’illusione che sarebbero state lo strumento per disarcionare il Cavaliere dalla guida dell’Italia. Illusi, appunto. Adesso che a quelle parole e a quegli impegni dovrebbero seguire gli atti conseguenti (come ribadito ancora dal commissario europeo agli Affari economici), ecco smascherato l’inganno: su pensioni, lavoro e liberalizzazioni non c’è (né potrebbe esserci) condivisione nel variegato mondo del Pd col rimorchio dell’Udc, dell’Idv e di Sel. Il problema, giova ribadirlo, è che ad avere preso quegli impegni non è Berlusconi: è l’Italia. Nel momento in cui si chiedono al Paese chiarezza e serietà diventa quindi compito di ogni cittadino interrogarsi sull’affidabilità di ogni soggetto della politica. In questa delicatissima fase, piaccia o no, c’è una parte decisa a onorare i patti presi con l’Unione Europea (anche a costo di rimetterci in termini di consenso) e ce n’è un’altra che cincischia, abbozza, balbetta, si smarca: è la dimostrazione che le opposizioni riescono a rimanere unite quando si tratta di colpire Berlusconi, ma sbandano clamorosamente quando bisogna formulare una idea di governo per il Paese.
Al netto delle miserie della politica, dei calcoli personali e degli opportunismi, è questo il dato centrale che deve fare riflettere. Un dato che, come inevitabile conseguenza, spinge sempre più Berlusconi a rivendicare con forza la vera rivoluzione realizzata con la discesa in campo del 1994: il bipolarismo. Un sistema di alternanza che costringe la maggioranza eletta a onorare il patto con i cittadini e a scansare quindi come la peste badoglismi o democristianerie, inciuci e compromessi. Non può esserci dopo il governo Berlusconi un governo purchessia. Di fronte a un malessere, anche acuto, la democrazia moderna e bipolare conosce una sola medicina: le elezioni.
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