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Giorgio  Mulè

Mulè: I processi si fanno in aula con le prove, non in piazza con i teoremi

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D’accordo, dovremo leggere le motivazioni. D’accordo, dovremo capire con attenzione il percorso logico che ha portato i giudici a decidere come hanno deciso. Intanto, fin da adesso, è chiaro come l’acqua che la Corte d’assise d’appello di Perugia ha ritenuto Amanda Knox e Raffaele Sollecito innocenti. E innocenti «per non aver commesso il fatto» e quindi nel modo più convinto dal momento che li ha assolti senza il beneficio del dubbio (la vecchia insufficienza di prove) dall’accusa di avere ucciso l’amica Meredith Kercher. In carcere, per quel delitto, rimane unicamente Rudy Guede, il quale sconta una condanna definitiva a 16 anni per omicidio aggravato da futili motivi. Fermiamoci qui.

Il fatto che la condanna di Guede sia passata in giudicato significa che la giustizia italiana, già prima del verdetto di oggi, nutriva e nutre alcune certezze inoppugnabili. Tra queste ve ne è una che lascia attoniti. Leggiamola insieme direttamente dalle motivazioni della Cassazione nella parte in cui si sostiene che Meredith fu vittima di una «forza brutale e prevaricatrice di una plurima collettiva condotta che rivela nei suoi più tristi protagonisti la volontà orgiastica di dare sfogo agli impulsi criminali più perversi tali da destare un profondo senso di sbigottimento, ripugnanza e disprezzo in ogni persona di moralità media». Oggi i giudici di Perugia fanno sparire dalla scena del crimine Amanda e Raffaele. Lì rimane il solo Rudy, inchiodato quantomeno nella presenza sul luogo dell’omicidio (il ragazzo non ha mai confessato il delitto) da un’impronta della sua mano su un cuscino e dall’ammissione di avere avuto un approccio sessuale con la studentessa. E la «plurima collettiva condotta»?

Spariti Amanda e Raffaele, chi sono gli altri assassini di Meredith, come ci chiedono attoniti, sbalorditi e smarriti i familiari della studentessa inglese? Ci sono ipotesi alternative? La risposta della procura di Perugia, convinta evidentemente a torto che i due fidanzati fossero gli unici colpevoli, è un secco no.

Ancora una volta la presunta scientificità delle prove raccolte dall’accusa si è rivelata quanto di più opinabile possa esistere. Infatti, quando la corte d’appello ha aperto finalmente la strada alle contestazioni della difesa e a una verifica seria sulla attendibilità degli esami scientifici che avevano rilevato impronte e tracce di dna dei due imputati, la procura si è trovata nell’angolo. E questo perché, ancora una volta, l’investigazione pura si era appiattita svogliatamente sugli esami di laboratorio. Che, al pari di altre forme di acquisizione della prova, possono rafforzare il quadro probatorio ma non possono costituirne l’elemento costitutivo.

È ovvio che il pensiero va alle intercettazioni, a uno strumento straordinario e utilissimo se applicato in modo virtuoso e con sapienza investigativa. Così come per l’ambito scientifico, anche il versante tecnologico delle conversazioni telefoniche, oggi tanto di moda, ha portato e porta a un letargo degli inquirenti. Perché è un esercizio sempre più comodo ricavare il presunto reato e la cosiddetta prova da un’impronta (Vittorio Feltri cita a pagina 23, a ragione, il fiasco dell’inchiesta sulla morte di Chiara Poggi a Garlasco) o dalle chiacchiere al telefono e non da indagini che mettano insieme indizi e moventi: le intercettazioni e le prove scientifiche dovrebbero servire a riscontrare autonome ipotesi di reato, così come si faceva fino a non molti anni fa. Fino a quando, per intenderci, non pochi pubblici ministeri hanno ceduto – a volte per manifesta incapacità investigativa – a rifugiarsi non senza pigrizia dietro «certezze» scientifiche (o di parola) che invece erano e sono il virus letale di un’inchiesta...

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