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"Fuga da Megaupload, gli utenti si sposteranno su altre piattaforme"

Mario Leone Piccinni della Guardia di Finanza spiega quello che accadrà dopo la chiusura del sito di Kingdotcom

"Fuga da Megaupload, gli utenti si sposteranno su altre piattaforme"  "Fuga da Megaupload, gli utenti si sposteranno su altre piattaforme"
di Marco Morello

Che succederà ora che Megaupload, Megavideo e altri paradisi del file sharing illegale sono stati chiusi? «È scontato: ci sarà una migrazione da una piattaforma all’altra. Dopo un primo momento di stasi in cui tutti o quasi si fermeranno, soprattutto per timori dal punto di vista legale, gli utenti si sposteranno su altri sistemi che offrono soluzioni identiche e magari aggiuntive. Ma questo non significa che la nostra è una battaglia persa in partenza: ogni volta che certi sistemi illegali vengono individuati, devono essere chiusi. È un obbligo tutelare chi produce cultura e tutto l’indotto che c’è dietro questi soggetti economici». A parlare è il Tenente Colonnello Mario Leone Piccinni della Guardia di Finanza, esperto di informatica giuridica e di investigazioni in ambiente internet. È autore di diversi libri sul tema, tra cui I pericoli del web (Editrice San Marco) e Social generation (Hoepli).

Insomma il download illegale, giusto un po’ stordito, si riprenderà in fretta.

«Megaupload è una pietra miliare, ma chi verrà dopo, anzi chi già c’è, lo farà dimenticare offrendo più velocità, più file e in qualità migliore. Agguerritissimi saranno gli utenti della vecchia piattaforma che hanno sottoscritto un abbonamento a pagamento al servizio, i cosiddetti utenti premium, che con la chiusura hanno perso dei soldi rivolgendosi ad altri hoster: ecco, saranno i più attivi per tentare di recuperare l’investimento. Questo fenomeno ha precedenti nell’ambito di qualsiasi attività investigativa».

Perdonerà la franchezza: allora, se le conseguenze di certi provvedimenti sono queste, chi ve lo fa fare?

«Nella società civile non smettiamo di arrestare i ladri sapendo che altri ruberanno dopo di loro. Senza fare un discorso di parte, è nostro dovere proteggere chi investe in ricerca, chi produce queste forme di intrattenimento che poi sono l’oggetto della pirateria. Quando troviamo sistemi come Megaupload vanno chiusi, anche se sono una goccia del mare».

È innegabile che certi provvedimenti siano davvero impopolari. La gente in queste ore rumoreggia, quasi dà la colpa alle autorità di fare il loro dovere, di far rispettare le leggi.

«È nella natura stessa di internet. Se chiedi a un utente qualsiasi se è disposto a scaricare un disco di Vasco Rossi di regola risponde di sì. Ma se domandi se andrebbe a sottrarlo fisicamente da uno scaffale dice invece di no. Eppure, a livello legale, è quasi la stessa identica cosa. Le buone norme del vivere civile dovrebbero vigere pure sul web, ma non è così. Si pensa che la rete sia un mondo senza regole, dove si può usare la bacheca di Facebook per parlare male di qualcuno o, appunto, dove scaricare illegalmente sia permesso. Se le cose andassero diversamente, sistemi come Megaupload non esisterebbero nemmeno».

E invece prosperano.

«Hanno sostituito nelle abitudini degli utenti programmi di condivisione dati come eMule perché danno la possibilità di scaricare materiale in maniera celere e senza fare code. Per difenderli si parla spesso di libera circolazione delle idee. Ma cosa c’entra? È stato statisticamente censito che il 99,9% del materiale presente su queste piattaforme viola il copyright. E ai gestori di Megaupload sono stati sequestrati dalle autorità americane beni per 50 milioni di dollari: è chiaro il fine di lucro, che peraltro, come il caso in questione conferma, va a vantaggio di pochissime persone. In queste circostanze chiamare in causa la diffusione della cultura è strumentale, è fuori luogo».

I profitti dipendono dalla pubblicità, che spinge questo business, molto più del download degli utenti o della visione in streaming dei contenuti. Anche questo è un nodo cruciale.

«C’è una società di rating, si chiama Alexa, che fornisce le classifiche di frequentazione dei diversi siti. Ci sono molte società che decidono di piazzare i loro banner non in base alla correttezza, alla legalità della pagina, ma ai clic o alle visite che possono ricevere. È chiaro quanto alimentino questo meccanismo».

In questi giorni si parla tanto del SOPA e del PIPA, che potrebbero rendere molto più cogenti le norme per salvaguardare il diritto d’autore, almeno negli Stati Uniti. Al di là del suo strano tempismo, che di sicuro alimenterà la discussione intorno al fenomeno, la chiusura di Megaupload e Megavideo non dimostra che gli strumenti normativi per punire i pirati ci sono e si riesce ad applicarli bene su scala globale?

«Tutto sommato è vero, le nostre mani non sono così legate come qualcuno vorrebbe far credere. Comunque credo che il punto sia un altro: la discussione sulle due norme Usa è stato rinviato e se non dovessero passare non è perché non sono efficaci, perché norme buone ci sono già o perché quelle due sono lesive delle libertà di qualcuno. Il punto potrebbe essere molto più politico: sono norme impopolari e, con le presidenziali ormai vicine, sostenerle potrebbe significare pagare un dazio in termini di voti».

Così però non se ne esce. La pirateria sta vincendo la sua battaglia, anche alla luce delle considerazioni che lei esprimeva all’inizio, cioè della possibilità di migrare verso soluzioni alternative in tempi rapidi. Qual è la sua ricetta per tutelare meglio il diritto d’autore?

«A mio avviso un valido sistema potrebbe essere quello di delegare al fornitore della connettività, insomma ai singoli provider, il compito di vigilare sui contenuti che ospitano sui loro server. Sarebbero i famosi “sceriffi del web”, cioè una rivisitazione e una rimodulazione secondo le esigenze e le caratteristiche dei singoli Stati di quello che è il sistema Hadopi attualmente vigente in Francia, che riversa sui provider l’onere delle segnalazioni. Ma questo meccanismo non piace a nessuno: non piace ai provider perché non vogliono assumersi questa responsabilità impopolare di fronte ai loro utenti e non piace nemmeno agli stati, perché implica il dover rinunciare a una quota di sovranità e a loro prerogative. Implica il dover abdicare in favore di un soggetto privato».

E allora?

«Allora, finché le cose restano così, si naviga a vista».

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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