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Costa Concordia. C’è da spostare una nave

Trenta cassoni, pali, cavi e piattaforme d’acciaio tra 6 mesi faranno tornare a galleggiare la nave. Saranno impegnati fino a 350 tecnici e operai, con un’attenzione totale alla tutela ambientale. Ecco il recupero record, che costerà 246 milioni.

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Tag:  Costa Concordia panorama in edicola recupero

di Damiano Iovino

Guy Wood tiene le mani a coppa per mostrare il modo in cui 30 cassoni da 300 a 600 tonnellate l’uno cingeranno come un salvagente il relitto della Costa Concordia una volta radddrizzato. Alla mano sinistra manca mezzo dito, perso anni fa tra uno scafo e uno scoglio, durante un’immersione. All’improvviso smette di parlare, stringe gli occhi, fa un sorriso e dice: «M’è venuta un’idea!». Non mi dirà cos’è, ma ha a che fare con la forma dello scafo che verso prua si stringe.

Ecco, potenti computer elaborano numeri astronomici per calcolare come raddrizzare una nave lunga 300 metri, senza che si spezzi in due, e il fattore umano, ancora una volta, gioca un fattore decisivo. In quella che è considerata la più importante operazione di recupero di una nave passeggeri mai realizzata. Costi previsti: 300 milioni di dollari, cioè 246 milioni di euro, a carico della P&I, un ente di mutua assicurazione formato da armatori che garantisce nave e carico. Se tutto va bene, tra poco più di sei mesi la Concordia tornerà a galla e sarà rimorchiata in un porto dove sarà smantellata.

Ingegnere navale, Wood da 30 anni tira su relitti dal mare. Al Giglio è il «salvage master» della Titan, la società americana che insieme con l’italiana Micoperi, specializzata in piattaforme petrolifere, è stata incaricata di portare via dall’Isola del Giglio la Concordia, che il 13 gennaio si è adagiata accanto al porto, dopo aver urtato contro gli scogli delle Scole. Anche quella notte il fattore umano giocò un ruolo decisivo nella tragedia costata la vita a 32 persone: «Mi sono distratto» si è giustificato Francesco Schettino, poi si è vantato della manovra con cui dice di avere portato la nave a terra. Ma l’ha abbandonata prima che tutti scendessero: imperdonabile, per un comandante.

L’obiettivo della Costa, sin dai primi giorni, è mantenere pulito il mare del Giglio e tutelare al massimo la situazione ambientale. Franco Porcellacchia, il manager che coordina tutto il progetto rimozione, spiega che «l’operazione sarà conclusa quando, una volta rimossa la nave, il fondo marino tornerà come era prima del naufragio». Così al Giglio, accanto ai rudi tecnici e subacquei di Titan-Micoperi, sono all’opera i giovani ricercatori dell’Università di Roma guidati da Giandomenico Ardizzone: da mesi monitorano i fondali, ora ripianteranno le praterie di posidonia distrutte e per cinque anni terranno sotto controllo l’area.

Dai serbatoi sono state tolte 2.200 tonnellate di gasolio, e la qualità dell’acqua è rimasta buona, come certifica l’Arpa, l’agenzia regionale per la tutela dell’ambiente. Alessandro Vettori, che dal 16 gennaio rappresenta la Costa al Giglio, accompagna Panorama in barca accanto alla nave semisommersa: «Tutto lo scafo è circondato dalle panne d’altura, galleggianti il cui scopo è contenere fuoriuscite di liquidi o materiale, e da panne assorbenti che cambiamo spesso» spiega «mentre gli scogli sono protetti da panne costiere».

In barca c’è anche Carlo Femiani, direttore tecnico della Micoperi per il progetto, alle spalle 34 anni di lavoro sulle piattaforme petrolifere dell’Eni. Spiega che «ora al Giglio lavorano un centinaio di uomini, ma diventeranno 350 quando arriverà Micoperi 30, una gigantesca nave attrezzata per montare le piattaforme su cui la Concordia poggerà una volta raddrizzata, e i cassoni che la faranno galleggiare».

«Portare via la nave intera e lavorare con impatto ambientale zero è la nostra mission» spiega Femiani. «Tutte le installazioni che serviranno per l’operazione spariranno una volta portata via la nave». I pali da cui partiranno i cavi per ancorare e fare ruotare la nave, e quelli che fisseranno al fondo le quattro piattaforme su cui poggerà lo scafo, saranno tagliati alla base, e tutto sarà coperto dalle posidonie. «Abbiamo bocciato i progetti che prevedevano di tagliare in due la nave: costavano la metà, ma non davano garanzie ambientali» spiega Porcellacchia, che con il project manager della Micoperi Sergio Girotto, spiega la filosofia del progetto.

Un problema non indifferente è quello delle dimensioni del relitto che dovrà essere trainato: all’origine la Concordia era larga 40 metri e pescava 8 metri, con i cassoni e l’acqua assorbita in 6 mesi sarà larga più di 60 metri e il pescaggio sarà attorno ai 18 metri. Bisognerà trovare un porto italiano (perché la nave è ancora sotto sequestro giudiziario) con un bacino in grado di accoglierla: sembra che solo Palermo sia papabile, ma per una scelta definitiva c’è ancora tempo.

Intanto una scelta l’hanno fatta gli abitanti del Giglio. Qualcuno voleva trasformare lo scoglio di 140 tonnellate che ha ucciso la Concordia in una lapide da piazzare sul molo, per ricordare la tragedia. L’enorme roccia è ancora nella pancia della nave, sarà tagliata in tre parti e rimossa. Ma anche l’isola vuole rimuovere il ricordo di quella notte maledetta: «Lo riporteremo alle Scole, dove fu strappato via» dice il sindaco Sergio Ortelli «e ne faremo un monumento subacqueo».

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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