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Bruno  Vespa

Vespa: Se abbiamo una generazione di bamboccioni, la colpa va equamente divisa

Molti anni fa una madre mi disse che stava brigando per trovare un lavoro in banca al figlio. Lavorare in banca era ancora un mito: posto sicuro, stipendio superiore alla media. Crisi e ristrutturazioni erano molto lontane. Qualche tempo dopo seppi che la signora era stata accontentata, ma incontrandola non la trovai felice come pensavo. «Sa» mi disse «il posto di mio figlio è in una filiale di Roma Sud e noi abitiamo a Roma Nord. Lei per caso potrebbe darmi una mano per farlo riavvicinare?». Non posso riferire la risposta, che non fu molto garbata. Mi permisi fra l’altro di ricordare alla signora che mia madre, maestra elementare, per anni aveva raggiunto in bicicletta il paese della montagna abruzzese in cui insegnava muovendosi indomita anche tra montagne di neve… Quasi tutti i miei compagni di liceo hanno fatto l’università a Roma o in città del Nord e pochissimi sono rientrati all’Aquila. Arrangiarsi era la regola, anche se la possibilità di trovare un lavoro stabile era assai maggiore di oggi. Ma la nostra scelta di vivere lontano dai genitori e dalle nostre radici è uguale a quella delle migliaia di giovani che ogni anno vanno a studiare all’estero, decidendo quasi sempre di rimanervi e impoverendo purtroppo dei loro cervelli l’ingrata Italia.

Non voglio incagliarmi nella nuova polemica aperta dalle dichiarazioni del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri sui figli «mammoni». Ragioni e torti, come spesso accade, non possono dividersi con un colpo d’ascia. Ha ragione chi, come Antonio Polito sul Corriere della sera, prima che con i figli se la prende con la generazione nata negli anni Cinquanta (e quindi protagonista del ’68): «La prima generazione ad avere disobbedito ai padri e la prima ad avere obbedito ai figli». È difficile dare punti di riferimento a ragazzi ai quali sono stati tolti quelli fondamentali, sostituiti poi da coccole tardive. Ma hanno ragione anche i giovani che sostengono l’impossibilità di farcela da soli senza il sostegno dei genitori e perfino dei nonni.

La mia generazione, nata negli anni Quaranta, è cresciuta avvertendo il dovere di prepararsi a sostenere la vecchiaia dei genitori, mai pensando di dover sostenere anche l’eterna giovinezza dei figli. Da questo labirinto di responsabilità non si esce se non cominciando a rimuoverne le cause. Non credo che Mario Monti ed Elsa Fornero, combattendo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, vogliano pianificare a tavolino la disoccupazione di massa. È l’intero mercato del lavoro che non funziona. Se si assicura la cassa integrazione semiperpetua a molte centinaia di migliaia di lavoratori senza riqualificarli, non si troveranno mai i soldi per sostenere l’avvio al lavoro (o la disoccupazione) dei loro figli. Al tempo stesso, come ricorda Luca Ricolfi sulla Stampa, i nostri ragazzi a 15 anni sono più ignoranti della media dei paesi sviluppati e arrivano (in pochi) alla laurea non lontano dai trent’anni, contro i 22-23 anni dei loro colleghi dei paesi nordici. In Italia soltanto un giovane su quattro tra i 15 e i 24 anni è occupato o in cerca di lavoro, meno della metà dei coetanei tedeschi o inglesi. Se tutto questo è vero (e purtroppo è vero), avremo sempre più milioni di giovani «sfigati» (Michel Martone) che arrivano al massimo delle capacità fisiche e intellettuali senza poterle spendere a dovere. Oggi provvedono le mamme. E domani? Ecco perché c’è da sperare che la rivoluzione Monti sia solo all’inizio.

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