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Melfi: il giudice accoglie il ricorso della Fiat contro il reintegro dei tre operai. La Fiom protesta. Ma le sentenze non dovevano essere rispettate?

Melfi: il giudice accoglie il ricorso della Fiat contro il reintegro dei tre operai. La Fiom protesta. Ma le sentenze non dovevano essere rispettate? Melfi: il giudice accoglie il ricorso della Fiat contro il reintegro dei tre operai. La Fiom protesta. Ma le sentenze non dovevano essere rispettate?
di Maurizio Tortorella
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Ma non dicevano, fino a ieri, che «le sentenze si rispettano»? E allora perché ci sono state «accese proteste» davanti al tribunale di Melfi, dove il giudice del lavoro, Amerigo Palma, oggi ha accolto il ricorso presentato dalla Fiat contro il reintegro di tre operai (due dei quali delegati Fiom) dello stabilimento di Melfi, in provincia di Potenza? E perché il segretario della Fiom, Maurizio Landini, dice di essere «indignato»? Nell'estate del 2010, Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli erano stati licenziati perché accusati dalla Fiat di avere sabotato la produzione durante uno sciopero interno. I tre erano stati poi reintegrati dal giudice del lavoro. I tre erano stati licenziati perché, durante un corteo interno, avevano bloccato un carrello robotizzato che portava materiale ad altri operai che, invece, lavoravano regolarmente. Ai licenziamenti seguirono scioperi, proteste e una manifestazione della Fiom: i tre occuparono per alcuni giorni il tetto della Porta Venosina, monumento nel centro storico di Melfi. La decisione dell'azienda nei confronti dei tre dipendenti «espulsi», era stata poi annullata nell’agosto 2010: per il giudice si era trattato di un provvedimento antisindacale. La Fiat aveva deciso però di non consentire comunque ai tre operai di tornare a lavorare in fabbrica. Ai primi di settembre «Panorama» aveva dedicato alla vicenda una copertina, intitolata «Gli eroi bugiardi» con un'inchiesta che raccontava che cosa era effettivamente accaduto a Melfi. La copertina era stata molto contestata dalla Fiom, e da quel momento numerosi erano stati gli appelli e gli interventi per convincere Sergio Marchionne a fare un passo indietro.

Barozzino, Lamorte e Pignatelli avevano scritto anche al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che aveva risposto loro con queste parole: «Cari Barozzino, Lamorte e Pignatelli, ho letto con attenzione la lettera che avete voluto indirizzarmi e non posso che esprimere il mio profondo rammarico per la tensione creatasi alla Fiat Sata di Melfi in relazione ai licenziamenti che vi hanno colpito e, successivamente, alla mancata vostra reintegrazione nel posto di lavoro sulla base della decisione del Tribunale di Melfi (…). Anche per quest’ultimo sviluppo della vicenda è chiamata a intervenire, su esplicita richiesta vostra e dei vostri legali, l’Autorità Giudiziaria: e ad essa non posso che rimettermi anch’io, proprio per rispetto di quelle regole dello Stato di diritto a cui voi vi richiamate».

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