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Al via il Congresso (deserto) della Lega Nord

Prima giornata senza scoop, novità e soprattutto con pochi militanti

Al via il Congresso (deserto) della Lega Nord Al via il Congresso (deserto) della Lega Nord
Il candidato unico alla Segreteria della Lega Nord, Roberto Maroni (Credits: Matteo Bazzi/Ansa)

Tag:  congresso Forum Lega Nord Roberto Maroni Umberto Bossi

di Paola Bacchiddu

Se i barbari sognano ancora, lo fanno, con tutta probabilità, da casa loro.La vera notizia della prima giornata del quinto Congresso della Lega Nord - quello dopo la slavina degli scandali, quello della palingenesi e del post Bossi - è indubbiamente questa: la militanza non c'è, gli spalti sono desolatamente vuoti, e anche i delegati si contano appena (630, quelli previsti).

Che è successo allo schiumante senso di revanscismo delle truppe padane? Dove sono tutti coloro che, qualche mese fa, berciavano la loro indignazione ai microfoni di Radio Padania e gridavano “al complotto” di una stampa ostile verso il Senatùr?La rabbia è rimasta a casa con loro.

Certo, sono passati ancora pochi mesi (lo scandalo scoppia a inizio aprile) per pretendere che la delusione sia evaporata insieme al caldo torrido di fine giugno. Certo, la prima giornata di congresso è un susseguirsi di interventi piuttosto noiosi: poche scintille e digiuno di emozioni. Però, il primo bilancio è in linea con i tempi di crisi: magro.

Pochi pullman dalle regioni limitrofe, forse più cuore e numeri domani, nella giornata che – salvo colpi di scena – incoronerà “per acclamazione” Maroni, a segretario federale del partito.

Forse non è stata una buona idea neppure organizzare il congresso della rinascita in uno spazio generoso di metri quadri, come il Forum di Assago. Perché se la “grandeur” del sito tradisce ottimismo d'aspettative, ogni metro quadro vuoto è una lama che affonda nella pancia leghista. In realtà, una ragione precisa perché si sia qui c'è. Nel '93 Gianfranco Miglio, padre nobile del partito, lanciò da qui il “Decalogo di Assago”.

Era il 1993, il secondo Congresso della Lega. Allora, la cartelletta “The family” di Belsito era lontana. Nessun conto in Tanzania, nessuna procura a ficcare il naso, nessuna ristrutturazione di ville, nessun diamante da riportare in Italia. Allora si sognava in grande, smarcandosi dai vizi comuni agli altri partiti: un progetto di riforma federale fondato sul ruolo costituzionale assegnato all'autorità federale e a quella delle macroregioni o cantoni.

E non è un caso che proprio ieri un Bossi in cerca di verginità abbia lanciato, col patrocinio del presidente del Veneto Zaia,  un piano assai simile: “una macroregione delle Alpi che raccolga anche minoranze francesi svizzere e tedesche, strizzando l'occhio fuori confine (ché guardare in casa non è proprio di conforto, in questo momento). Tutto in piena linea con lo spirito del congresso: “L'Europa dei popoli” (oltre alla questione settentrionale), come suggerisce un enorme striscione dietro il palco.

Misurare i battiti del cuore padano non è semplice. Dentro, gli spalti e l'area delegati sono blindati: la stampa non può accedervi. Neppure per una foto. Per setacciare qualche umore occorre allora sentire la voce della militanza all'ingresso: scavalcando la cortina dei no e dei molti sorrisi tirati.

Giovanni Locatelli, leghista della prim'ora, over 60, dice che gettare il bambino con  l'acqua sporca, solo per qualche errore, è uno sbaglio: “Lo scandalo è stato pompato da voi giornalisti. Ogni partito ha i suoi problemi. Il federalismo è ancora un progetto forte, valido. Ma dal Cavaliere abbiamo avuto solo promesse, non ci fidiamo più. Possiamo ripartire, con Maroni e una nuova coalizione, anche se non so ancora chi”.

Per un altro padano, è questione di complotti. E al centro della strategia di affidare il Paese “ai comunisti e alle banche” (“ma insieme?”, “Sì, certo, insieme”) c'è il presidente Napolitano. “Ma lo sa che è nobile? “Re Giorgio”, lo chiamiamo noi. È colpa sua se la Lega è in questo stato. S'è messo d'accordo con D'Alema e con Monti per distruggerci". All'obiezione che D'Alema è dato un po' obsoleto per l'esegesi politica contingente, non si scompone: “C'è lui dietro tutto, cosa crede?”.

Rosa, 70 anni, punta i piedi sulla critica alle vecchie leggi sull'immigrazione, volute dal centro-sinistra. “Vogliono svuotare l'Italia degli italiani e affidarla agli extracomunitari per spegnere le coscienze critiche e fare i loro comodi”. “Scusi, ma governa da quindici anni il centro-destra...”, “È uguale: è colpa loro”. Dentro il Forum, il presidente a vita Umberto Bossi (secondo una modifica dello statuto, cucita apposta su di lui) non è evocato, né nominato. Non una foto, né uno striscione (l'unico per la verità è “Grande Bobo” del movimento dei giovani padani della Valtellina). Un uomo molto vicino al presidente Zaia ci confessa che il Senatùr è meglio che non s'affacci in Veneto, perché – in sintesi – lo aspettano coi forconi. “Il suo nome è tabù, nessuno vuole farsi fotografare con lui. Lo odiano, lo considerano la nostra rovina. Per ripartire, lo vogliono fuori”.

Pochi, però, almeno qui, hanno il coraggio, a domanda diretta, di parlarne male. Solo una delegata della regione Toscana lo dice con chiarezza: “Deve andare via. Lui e la sua famiglia: ci hanno rovinato”. Il contorno, invece, è un corollario di frasi di circostanza che virano dal “Non è colpa sua, è malato”, al “è un complotto della stampa”, fino ad ascrivere l'ingordigia del giovane Trota a “in fondo, è un ragazzo: non è grave”. Come se lo scandalo che ha strappato per sempre la verginità al partito, sia in realtà da considerarsi, quasi, “normale amministrazione”, nella prassi politica.

L'indecenza, ci dicono in molti, è solo materia buona per inchiostro e bit dei giornali. E la stampa non ha perso occasione, a parer loro, di affondare il colpo, con buona connivenza della magistratura. Perché il tuo vicino, in fondo, è sempre più sporco di te. “Perché non scrivete quello che succede negli altri partiti?”, ci dice un gruppo del Piemonte. “Lo scriviamo”. “Si, ma non abbastanza”. D'accordo. Guardiamo oltre, allora.

Quali sono i nomi che possono dettare l'agenda della rinascita? Le scope che chiedevano a gran voce “pulizia e detersione” nel partito, nella serata dell'orgoglio padano a Bergamo, lo scorso aprile, oggi sembrano allinearsi su una convergenza che piace a molti e a qualcuno fa storcere il naso: “Bobo Maroni”, naturalmente. Se non son tutti “Barbari sognanti”, certamente, dopo il sostegno di Bossi all'ex Ministro – unica candidatura per la segreteria federale – se lo devono, in qualche modo, far piacere. In verità la gran parte ne parla bene. “È stato il miglior Ministro dell'Interno della Repubblica”, ci dice militante. “Ha testa, indipendenza e saprà ripartire per una nuova fase”, conviene un'altra.

Anche gli uomini a lui molto vicini, Flavio Tosi e Matteo Salvini, segretari regionali, sono riletti come volti giovani, “il nuovo” che saprà guidare il partito in una rotta lontana da acque paludose. Però, se s'accenna a “correnti”, a scontri, a divisioni, la pancia padana si richiude a riccio: “Siamo uniti, siamo compatti, pensiamo al futuro”, risponde una giovane delegata. “Quale divisioni”?, replica un gruppo di Pavia, sorridendo. Mentre dentro la struttura riecheggiano slogan da antico apparato linguistico – nel comizio di Mario Borghezio - “Roma ladrona”, “Porci romani”, “Il partito della magistratura”, “Roma italiota”, “Stato centralista e borbonico”, i superstiti della militanza, sparpagliati sugli spalti deserti, allargano le braccia sul futuro: “Coalizioni alle prossime politiche? L'importante è ricominciare, poi si vedrà”.

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