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Le bugie sulla morte del cardinale Martini

La testimonianza del medico che lo ha assistito fino alla fine: «Non ha rifiutato alcun accanimento terapeutico».

Le bugie sulla morte del cardinale Martini Le bugie sulla morte del cardinale Martini
L'ex arcivescovo di MIlano, Cardinal Carlo Maria Martini
di Carmelo Caruso

«Non abbiamo staccato nessuna spina e i paragoni con i casi di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby sono improponibili. L’evoluzione della morte del cardinale è stata più normale di quanto si lasci credere». Dunque com’è morto davvero Carlo Maria Martini? Ha rifiutato l’accanimento terapeutico? «L’accanimento terapeutico non è stato mai attuato e non si può parlare di accanimento nel suo caso, ha detto: “Non voglio andare oltre le terapie per bocca”, ma non ha mai rifiutato le cure. Non ho accompagnato il cardinale alla buona morte e la scelta di Martini sono in tanti a farla, senza clamore». Le ultime parole del cardinale, Gianni Pezzoli, direttore del centro Parkinson di Milano, il neurologo che da 10 anni ha curato il cardinale, le ricorda ancora: «Voglio riposare».

L’insegna della Breda, i tetti sghembi e gli studenti che si dirigono alla Bicocca si vedono a macchie, perché troppo grandi sono le distanze. Silenzioso, anonimo sarebbe uno dei centri più grandi al mondo per i malati di Parkinson alla periferia di Milano, se non ci fosse una scrittura esposta al Cto, in quella palazzina che sembra un piccolo condominio, la casa di un guardiano. Una vecchia con una stampella cammina, sta scendendo un piolo. A bordo delle scale, pacchi di colore marrone sono vuoti, c’erano delle riviste Neurology 2009/2010, ma adesso sono solo cartone sbiadito vicino a tre sedie d’aspetto, sotto una tenda vermiglia. È tutto di colore rosso al centro Parkinson, e non si conosce il motivo di quel rosso, forse anche gli imbianchini sanno che i ricordi debbono avere un colore forte per essere conservati. Passano 1.500 pazienti l’anno dal centro Parkinson diretto da Pezzoli e anche questa finisce per essere una seconda casa per chi viene colpito dalla malattia.

«L’aspettativa di vita media dall’esordio della malattia adesso è di 15, vent’anni» precisa Pezzoli seduto su una poltrona reclinata. Riflette con le mani che si abbracciano al petto come se anche loro mimassero l’atto del trattenere, ieratico e severo. Si siede vicino a una parete e alle sue spalle il mondo, una cartina che si distende per tutto il muro, più volte alza gli occhi, li chiude, li riapre, li sgrana, non sorride. «Mi chiedete di sapere com’è morto il cardinale? Glielo ripeto. Ha solo detto: “Non voglio andare oltre le terapie per bocca”, ma non ha mai rifiutato le cure. Era da metà agosto che non riusciva a deglutire, al punto da aspirare gli alimenti. L’aspirazione provocava tosse, quella tosse che non lascia respirare. Di notte talvolta era incoercibile. Tossiva per ore e sedarlo era inevitabile. Aveva voluto sapere a che cosa sarebbe andato incontro. Glielo spiegai come ho sempre fatto e ogni volta mi rispondeva con “grazie”. Bisognava applicargli un sondino nasogastrico per proseguire la terapia e infondere le medicine per il Parkinson, ma lui non volle. Fosse stato per un cinquantenne sarebbe stato diverso, avremmo potuto insistere di più, ma il cardinale aveva 85 anni e ci sembrò una scelta più che naturale. La maggior parte dei pazienti, così come il cardinale Martini, a quell’età, non accetta ulteriori aggressioni o piccoli interventi chirurgici, a quel punto si applicano terapie palliative. Inoltre il sondino avrebbe risolto solo i problemi di alimentazione, prima o poi si sarebbe dovuto procedere per via enterale, una piccola operazione chirurgica per via addominale».

Al confine Martini è arrivato lucido e Pezzoli si ferma minuti, ricordando le gite del giovedì a Gallarate, con il sole o con la pioggia in compagnia di don Damiano e suor Germana, cari come figli. «Bisognava uscire nonostante tutto, piovesse o ci fosse il sole. È l’unico santo che abbia conosciuto». A un santo ha detto addio, ma agli uomini di solito cosa dice? «A 85 anni pure io farei altrettanto, sono molti quelli che non vogliono subire ulteriori operazioni, poi basta una complicazione e a quel punto…». Sceglie la famiglia o il medico? «Non esistono soluzioni precostituite, ci si attiene alla volontà del paziente, alla legge, al buon senso del medico e alle persone che stanno intorno. Noi vorremmo dai pazienti una specifica indicazione, qualora fosse possibile. Si parla a lungo con i pazienti, per tanti anni, e alla fine si conoscono le loro volontà. Non ho accompagnato il cardinale all’eutanasia e averlo sedato è stata solo una scelta inevitabile per la tosse e la dispnea».

Pezzoli non ricorda pazienti con cui non abbia parlato, eppure sarà accaduto di dover scegliere... «Naturalmente. Ci si affida al buon senso del padre di famiglia, vent’anni fa sceglieva la natura, era tutto più semplice».

Quando Martini è morto, i pazienti del professor Pezzoli hanno chiamato in ospedale per sapere se fosse vero che avesse rifiutato l’accanimento terapeutico. Ha risposto a tutti. «Ho sempre raccontato i fatti, non voglio esprimere opinioni sulla morte del cardinale». Neppure la lettera accorata della nipote vuole commentare, la lettera in cui parla della scelta dello zio di essere sedato. «Vedete, il dolore è misurabile, la sofferenza no. Quanti come il cardinale oltre al dolore sono sofferenti? È a quel punto che si sceglie di sedare, fa parte delle terapie palliative».

Quando parla del dolore, lo separa dalla sofferenza e non si capisce il motivo. «La sofferenza è un dolore strutturato che non ha scale per essere misurato e che coinvolge la coscienza. Il cardinale era sofferente, aveva capito che non sarebbe arrivato a superare l’anno e la perdita della voce era stata la prova. Non abbiamo staccato nessuna spina e paragoni con i casi della Englaro e di Welby sono improponibili». Eppure, anche la sua morte diventata una contesa. «Sapeva che ogni cosa facesse sarebbe stata utilizzata. Mi diceva sempre che “c’è chi mi attacca da una parte e chi dall’altra”. Una volta scrisse sul Corriere che il male più grande è la menzogna. Io gli ribattei: sa cosa si dice in giro, cardinale? Che è facile per lei dire così. È alto, bello, colto, conosce 12 lingue. Non sarebbe meglio dire l’estremismo? Allora il cardinale rispose: “È la stessa cosa”. Martini non è stato certo un conservatore, un progressista sicuramente, valgono le parole che ha detto sulla Chiesa».

Cosa ha detto il cardinale prima di morire? «Voglio riposare». Pezzoli pensa a Giovanni Paolo II («un gesto simile»), due uomini di fede, Martini e Karol Wojtyla, con la stessa malattia. «So soltanto che aveva fede. Ho visto pazienti senza fede morire, ma la fede è un dono, chi non ce l’ha non se la può dare. Chi ce l’ha spesso muore con il volto più tranquillo». Lasciata in queste stanze, la morte è davvero tranquilla, di colore rosso, silenziosa, una fabbrica dismessa. Nessun rumore, né strilli, né titoli di giornali.

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