Quando si parla di pirateria tutti pensano alla musica, ai film, ai software per computer. C’è però tutto un altro universo meno conosciuto, ma che invece prospera nel sottobosco della rete: la pirateria delle app, la possibilità di ottenere i programmini in vendita per esempio sul negozio ufficiale della Apple iTunes, inclusi i più cari, senza spendere nemmeno un centesimo.
Andiamo con ordine, ricostruiamo il processo dall’inizio: con l’esplosione della «melamania», con il proliferare di dispositivi portatili ideati da Steve Jobs, gli smanettoni della rete si sono messi all’opera per cercare un modo proficuo per violare l’ecosistema chiuso di iPhone, iPad e simili: naturalmente lo hanno trovato. Si tratta del cosiddetto «jailbreak»: è, semplificando, una procedura che sblocca il dispositivo e consente all’utente di installare programmi non presenti sullo store ufficiale, attingendo da altre fonti.
Sia ben chiaro: in via teorica è una pratica del tutto legittima, come riconosciuto nell’estate del 2010 addirittura dal Governo degli Stati Uniti, secondo il quale è consentito bypassare il sistema operativo di un telefono per consentirgli di far funzionare software «ottenuto legalmente». È qui, tanto per cambiare, che casca l’asino: perché, questo sì, al termine della procedura possiamo installare sul nostro gadget preferito delle applicazioni diverse da quelle tradizionali, magari con funzioni aggiuntive. Ma è l’occasione a fare l’uomo ladro: ecco allora che la rete e YouTube si sono in fretta riempiti e oggi sono stracolmi di video e pagine che spiegano a neofiti ed esperti come accaparrarsi gratuitamente ogni singola app. E, certo, non solo quelle che costano 79 centesimi, ma anche le più care, per esempio i programmi completi di navigazione stradale che superano spesso i 50 euro.
Come di qualsiasi strumento, digitale o reale che sia, conta allora l’uso che se ne fa. Di sicuro questa pratica non ha avuto soltanto demeriti: nel tempo, tacitamente, la Apple ha assorbito all’interno dei suoi prodotti, fornendole di serie, delle caratteristiche che erano disponibili solo sui prodotti sbloccati. Il caso di scuola è il cosiddetto «tethering», ovvero la possibilità di trasformare il telefonino in un modem Wi-Fi affinché gli altri dispositivi possano sfruttarlo per collegarsi a internet senza fili: oggi è uno dei punti di forza dell’iPhone.
La stessa Apple non poteva restare a guardare e infatti, in contemporanea con la decisione del Congresso americano, ha fatto dire a un suo portavoce che il jailbreak può compromettere l’esperienza d’uso dell’oggetto, rendendolo instabile e non garantendone il corretto funzionamento. A livello pratico, la presenza dello sblocco viola secondo l’azienda di Cupertino la garanzia e dunque, in via teorica, una riparazione di un terminale con questa modifica potrebbe essere rifiutata. Ma se il condizionale è d’obbligo, è certo invece che sempre su internet si trovano tante altre guide che spiegano come far tornare il dispositivo alle condizioni originali, rimuovendo dunque ogni traccia del jailbreak. Rendendolo, di fatto, un telefonino o una tavoletta uguale agli altri. Ecco, se c’è una cosa non è mai mancata ai pirati, quella è la fantasia.
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