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Cause di lavoro e articolo 18: ecco cosa cambierà con la nuova normativa - FAQ

Ultimo incontro oggi tra governo e parti sociali sulla riforma del lavoro. Poi il via libera con il no della Cgil sulla modifica dell'articolo 18. Ecco cosa cambia in tema di licenziamenti secondo l'avvocato del lavoro Daniele Milani

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Tag:  a tu per tu articolo-18 licenziamenti Mario Monti riforma del lavoro

di Claudia Daconto

Se  il governo riuscirà ad approvare la riforma del mercato del lavoro, che cosa cambierà, dal 2017 (anno in cui dovrebbero andare a regime tutte le novità), in tema di licenziamenti? È davvero realistica la previsione che ha fatto Susanna Camusso, segretario nazionale della Cgil, sul rischio di espulsioni di massa dal ciclo produttivo? E quali ricadute pratiche, per i tribunali del lavoro, avrà la modifica dell'articolo 18 così come è stata delineata da Elsa Fornero?  Ne abbiamo parlato con l'avvocato giuslavorista Daniele Milani,  che per anni si è occupato, per conto dell'Ugl, di cause di lavoro a Roma.

A chi si applica l'articolo 18? A tutti i lavoratori? Con ogni tipo di contratto? Di aziende di tutte le dimensioni?

L'articolo 18 fa parte della legge 300/70 detta anche Statuto dei Lavoratori e si riferisce esclusivamente ai lavoratori di aziende private con più di 15 dipendenti con contratto a tempo indeterminato. È quindi escluso l'intero comparto statale, le aziende private che occupano meno di 15 dipendenti e le cosiddette organizzazioni di tendenze ossia partiti, sindacati, associazioni, fondazioni.

Per quale motivo, oggi, un lavoratore può essere licenziato?

Con l'attuale normativa, un'azienda può licenziare un lavoratore se esiste giusta causa o giustificato motivo soggettivo o oggettivo. Per giusta causa si intende un fatto talmente grave da mettere in discussione il rapporto fiduciario. Esempio: un cassiere in banca che ruba dentro la sua filiale. Il giustificato motivo invece è una ragione di licenziamento che attiene alla corretta esecuzione del contratto di lavoro. Esempio: se il contratto di lavoro prevede che l'orario di inizio attività è fissato alle 8.30, qualora il lavoratore arrivi tutti i giorni alle 10 è inadempiente e pertanto passibile di licenziamento. Dopo un numero variabile di richiami - stabiliti da accordi aziendali - il dipendente può essere licenziato. Questa ipotesi attiene al giustificato motivo soggettivo.

Quando invece si parla di giustificato motivo oggettivo?

Il caso classico è quando un'azienda o un suo ramo chiude.

Una volta licenziato per una di queste motivazioni, cosa prevede attualmente l'articolo 18?

Se un lavoratore, dipendente da un'azienda con più di 15 lavoratori, viene licenziato per giusta causa o giustificato motivo sia soggettivo che oggettivo, qualora il giudice del lavoro riconoscesse l'inesistenza o della giusta causa o del giustificato motivo il lavoratore ha diritto alla reintegra (il termine reintegro è scorretto) nel posto di lavoro o all'indennizzo economico qualora il lavoratore lo accetti.

Ma se il licenziamento è avvenuto per motivi discriminatori il lavoratore ha diritto comunque alla reintegra?

Certo, perché non c'è la giusta causa. Il lavoratore ha quindi diritto di essere reintegrato nel suo posto di lavoro a meno che non accetti l'indennità sostitutiva che fino ad oggi è fissata a 15 mensilità. È importante ricordare che certe forme di discriminazione, come quella nei confronti delle donne incinte o di lavoratori in stato di malattia, sono sanzionate anche da altre leggi, formulate ad hoc. Questa si chiama tutela reale.

E cosa succede per le aziende con meno di 15 dipendenti?

Al netto dell'illegittimità dei licenziamenti discriminatori, sanzionati nelle realtà anche medio-piccole cui non si applica l'articolo 18, ad oggi esiste la cosiddetta tutela obbligatoria, cioè se viene licenziato un lavoratore in assenza di giusta causa o giustificato motivo questi non ha diritto alla reintegra ma ad una indennità che va da due mensilità e mezzo a sei mensilità a seconda dell'anzianità di servizio o di quanto è grave il comportamento illegittimo del datore di lavoro.

È vero che i licenziamenti economici, ossia per giustificato motivo oggettivo (chiusura di azienda o suo ramo) ad oggi devono sempre riguardare più di un lavoratore?

Dipende dalle dimensioni della crisi aziendale. Se un'azienda chiude totalmente si tratta di licenziamento collettivo. Se chiude un ramo si tratta di licenziamenti plurisoggettivi, il che significa fare tanti licenziamenti individuali.

Quando, fino ad oggi, era richiesto l'accordo dei sindacati per licenziare?

Era chiesto sulla base delle legge 223/90 nelle cosiddette procedure di mobilità: quando l'azienda decide di chiudere un ramo dell'attività deve convocare i sindacati, concordare un esodo del personale attraverso incentivi, prepensionamenti ecc. Se non c'è accordo si va davanti al ministero del Lavoro. Se non si mettono d'accordo neanche davanti a questa sede, l'azienda può procedere ugualmente però è tenuta a versare un'indennità di natura sanzionatoria al ministero del Lavoro. Chiaramente resta facoltà del singolo lavoratore impugnare l'intera procedura di fronte al giudice del lavoro.

Con la riforma dell'articolo 18 all'esame del governo, di fatto, cosa cambia?

Con questa riforma viene di fatto esclusa la tutela reale, cioè il diritto alla reintegra. Il lavoratore avrà dunque diritto, per legge, solo all'indennizzo di un certo numero di mensilità che saranno stabilite dalla legge stessa.

Nemmeno di fronte a un licenziamento per motivi discriminatori il lavoratore ha diritto ad essere reintegrato?

È bene chiarire che se un lavoratore viene licenziato perché, ad esempio, professa una determinata religione, ha un credo politico, è di una certa etnia, non può comunque essere licenziato per questo motivo, indipendentemente dall'articolo 18. Quindi se il giudice ammette che c'è stata discriminazione sicuramente reintegrerà il lavoratore. Ma è bene sottolineare che sarà molto difficile per un giudice accertare la discriminazione. Esempio: se in un'azienda vi sono tre donne incinte e ne viene licenziata una soltanto, il datore di lavoro avrà buon gioco nel dimostrare l'inesistenza dell'intento discriminatorio. Ad oggi, con l'attuale normativa, i casi di licenziamento discriminatorio impugnati dai lavoratori o dai sindacati sono comunque dell 1-2% circa di tutte le cause di lavoro e riguardano per lo più lavoratori con attività sindacale alle spalle.

Cosa succede invece, da oggi, ai lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato in aziende con meno di 15 dipendenti?

Avranno diritto alla stessa tutela obbligatoria che hanno avuto fino ad adesso. Può cambiare solo l'entità dell'indennizzo, cioè il numero di mensilità riconosciute.

E gli statali?

Gli statali non sono mai stati soggetti allo Statuto dei Lavoratori, quindi all'articolo 18. Pertanto anche un'eventuale riforma di esso non li riguarderà.

Quanto dura in media oggi una causa di lavoro per licenziamento davanti al giudice del lavoro di Roma?

A Roma un processo in primo grado non dura meno di un paio d'anni, in secondo almeno due e mezzo. In Cassazione circa tre, quattro anni. Per arrivare a una sentenza definitiva un lavoratore deve aspettare una media di 8-9 anni anche se tutte le sentenze, anche quelle di primo grado, sono provvisoriamente esecutive, per cui se in primo grado il giudice ordina la reintegra e il lavoratore torna subito a lavorare, ricevendo anche la retribuzione maturata dal giorno del licenziamento.

Quante cause finiscono effettivamente con una sentenza di reintegra?

Se il giudice accerta che è stato violato il principio della giusta causa o del giustificato motivo,  ordina la reintegra sempre.

E con questa riforma, secondo lei, i tempi delle cause si allungheranno o si accorceranno?

Sicuramente i tempi si allungheranno moltissimo.

Perché?

Perché ogni volta che il lavoratore verrà licenziato potrà impugnare la decisione. Anche prima poteva farlo ma è certo che con questa riforma aumenteranno sensibilmente i licenziamenti e quindi le cause.

Ha dunque ragione la segretaria della Cgil Susanna Camusso quando parla di “espulsioni di massa”?

Sarà peggio, perché verrà tolto ai lavoratori l'unico strumento di tutela che avevano e potenzialmente ai sindacati la possibilità di esercitare i propri diritti all'interno delle aziende.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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