di Stefano Caviglia
Un paradosso del genere il presidente dell’Autorità per le comunicazioni, Corrado Calabrò, forse non se l’aspettava: dopo sette anni passati a decidere su temi incandescenti per la politica e l’economia, gli attacchi più pesanti li riceve in questi ultimi mesi di mandato dai sindacati per questioni di gestione interna. Assunzioni, promozioni e altre cose del genere. L’ultimo è di pochi giorni fa, con l’uscita sui giornali della notizia di un esposto alla Corte dei conti di due sigle sindacali che lo accusano di avere chiamato con troppa disinvoltura dirigenti da altre amministrazioni e di pagare loro stipendi troppo generosi.
Ma si tratta, appunto, solo dell’ultimo episodio di una lunga guerra, perché il presidente dell’Agcom e i suoi sindacati (con l’eccezione della Cgil, che si è tenuta finora fuori dallo scontro) sono ai ferri corti da almeno tre anni. I rapporti si fecero tesi una prima volta nel 2009, quando il consiglio rifiutò l’adeguamento automatico degli stipendi, e più ancora nel 2010, quando si decise di applicare all’autorità la riforma Brunetta che esclude competenze dei sindacati in fatto di carriere, concorsi e organizzazione degli uffici nella pubblica amministrazione.
«I nostri sindacati» spiega Calabrò a Panorama «sostennero subito che quella legge non fosse da applicare alle autorità, ma il Consiglio di Stato prima e i tribunali di Roma e Napoli poi hanno dato ragione a noi e torto a loro. Da quel momento ogni occasione è buona per attaccarmi». E poiché nell’autorità, su un personale di 350 persone, ci sono cinque sigle sindacali diverse, ciascuna delle quali ha un direttivo di quattro o cinque componenti, la potenza di fuoco è alta.
L’interrogativo, insomma, è se dietro questa denuncia di presunti privilegi non si nasconda una difesa di privilegi reali. Qualche dubbio effettivamente viene, considerando che gli stipendi pagati in Agcom sono fra il 50 e il 100 per cento più alti di quelli del resto della pubblica amministrazione e le prospettive di carriera (grazie alla norma che riserva agli interni metà dei posti messi a concorso) di gran lunga migliori di qualunque impiego privato.
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